Giorno 222

Il conflitto potrà finire solo con la defenestrazione di Putin

Orio Giorgio Stirpe

Questo articolo, probabilmente, risulterà estremamente controverso, perché finalmente arriveremo al convitato di pietra che siede ormai al nostro tavolo da un po’, ed al quale non è “politicamente corretto” rivolgere non solo la parola, ma anche solo lo sguardo.

Eppure, purtroppo, affrontarlo è la logica conseguenza di quanto abbiamo detto finora.

Abbiamo visto come la dinamica della guerra convenzionale, per come si era impostata fin dal mese di marzo, è stata tale da logorare il grandissimo vantaggio iniziale dei russi fino a determinarne la perdita dell’iniziativa, e che il Momentum operativo è tale da continuare ad avvantaggiare in maniera lenta ma crescente la parte ucraina.

Abbiamo anche visto come in mancanza di “Cigni Neri” tale situazione non potrà cambiare, e come lo scenario strategico a sua volta non lasci opportunità di rilievo a Putin di invertire l’andamento a lui sfavorevole del conflitto. Le sue chiare interferenze sulle decisioni militari e le sue plateali azioni politiche e diplomatiche (annessioni, mobilitazione, attacchi ibridi e propaganda spicciola) non hanno effetti sul piano militare.

Infine, abbiamo dovuto accettare che le azioni di Putin hanno reso virtualmente impossibile un accordo o anche solo l’avvio di un processo negoziale in quanto l’annessione di quattro regioni ucraine (illegale per il mondo ma vincolante per la Russia) ha reso impraticabile qualsiasi ipotesi diplomatica.

Nell’ultimo pezzo abbiamo, infine, esaminato le prospettive a breve termine in campo militare. Oggi, mentre arrivano le prime informazioni su un possibile cedimento russo nel nord della testa di ponte di Kherson, gettiamo uno sguardo sulle prospettive a lungo termine.

L’inverno non sarà una buona stagione per i russi: è vero che storicamente lo affrontano meglio dei loro avversari; però questa volta non stanno difendendo la propria terra, ma si trovano in territorio straniero e ostile, e i loro avversari non provengono da climi più caldi bensì combattono per l’appunto a casa loro. Inoltre, gran parte dell’equipaggiamento professionale russo è andato perduto e almeno metà delle truppe sono di mobilitazione recente e non dispongono di equipaggiamento invernale adeguato. I rifornimenti saranno sotto il costante attacco della artiglieria a lungo raggio avversaria – ormai diventata estremamente precisa – e subiranno le imboscate della Resistenza che in inverno opera con il vantaggio di un ambiente favorevole. Infine, il morale è reso basso dalle recenti sconfitte e dalla crescente consapevolezza di non poter vincere.

La primavera illuminerà un esercito russo disorganizzato e demoralizzato ed uno ucraino motivato e rifornito di armamenti occidentali; il bilancio delle forze non sarà sicuramente cambiato a vantaggio dei russi, ma al massimo sarà rimasto invariato, e in queste condizioni una serie di nuovi attacchi ucraini non potrà non ricacciare i russi verso il loro confine internazionalmente riconosciuto.

In conclusione: in assenza di “Cigni Neri”, entro la prossima estate l’Ucraina avrà probabilmente liberato la maggior parte – se non la totalità – dei suoi territori occupati.

Se nel frattempo non saranno intervenuti neppure “Cigni Bianchi” ad abbattere il Regime dall’interno, a quel punto Putin si ritroverà ad essere militarmente sconfitto, con il suo esercito ricacciato entro i propri confini, ma privo di qualsiasi opzione per accettare trattative che in pratica sancirebbero anche politicamente la sua disfatta.

Fra un anno ci ritroveremmo insomma con un “conflitto bloccato” lungo un confine internazionalmente riconosciuto, e una pace irraggiungibile a causa di un dittatore che rifiuta di accettare una pace che equivarrebbe al collasso di tutte le sue ambizioni e quindi anche della sua posizione personale.

Eccoci quindi al famoso convitato di pietra.

“Regime Changing (cambio di Regime)”: si chiama così lo scopo ultimo di una campagna militare che non può concludersi senza il rovesciamento del Governo avversario.

Da sempre, è considerato un vero e proprio “tabù” quando si parla di rapporti con la Federazione Russa: trattandosi di una potenza nucleare, ed essendo il suo Regime notoriamente popolare e saldamente radicato, si è sempre ritenuto che rovesciare Putin NON fosse un’opzione.

Adesso però potrebbe essere rimasta l’unica possibilità per raggiungere una pace ragionevole e duratura in Europa.

La minaccia nucleare è nell’aria da tempo ormai, e a proferirla è stato lo stesso Putin. Come ho scritto già molte volte, è una minaccia poco credibile anche se spaventa l’opinione pubblica, ma è stata agitata ripetutamente dal regime russo. Il deterrente nucleare è tale che se lo si è già minacciato ponendolo sul tavolo – realisticamente o meno – non lo si può porre sul tavolo una seconda volta: così come l’impiego, anche la sola minaccia ha effetto deterrente una volta sola.

La popolarità di Putin non è più quella di sei mesi fa: la sua persona non è ancora criticata apertamente, ma tanto in piazza che sui media di regime si riscontrano sempre più critiche ai vertici politici e militari per l’andamento delle operazioni, e la mancanza di entusiasmo alla mobilitazione la dice lunga sul morale della popolazione. Una Nazione di umore patriottico non ricorre all’arruolamento dei galeotti e non manda al fronte i cadetti delle Accademie militari.

Il regime nel suo complesso appare ancora solido, ma scricchiola vistosamente: le critiche fra i membri della Nomenklatura si susseguono incessanti, e il morale dei vertici militari è chiaramente scosso. Le Forze Armate russe sono state gravemente compromesse nella loro immagine e nelle loro capacità, e i militari russi sanno benissimo di chi sia la colpa.

Putin non è più intoccabile.

Il sistema di potere del regime russo era basato su un compromesso in base al quale il popolo accettava una sostanziale limitazione delle sue libertà in cambio di un lento miglioramento delle condizioni di vita – sia pure asimmetrico fra le diverse entità della Federazione – e di una costante alimentazione dell’orgoglio nazionale, che è da sempre alla base dello spirito del popolo russo.

Ora entrambi questi fattori sono compromessi: le sanzioni stanno colpendo in maniera incrementale l’economia russa e i loro effetti stanno raggiungendo la popolazione; nel contempo l’orgoglio patriottico deve affrontare una serie di sconfitte, ormai difficilmente negabili, anche al grande pubblico, dove perfino i blogger entusiasti sono costretti a registrare e a diffondere notizie sempre più allarmanti.

Se il Regime sta fallendo nel garantire quanto promesso alla sua base, sta fallendo anche nel remunerare i vertici: i militari perdono potere e prestigio, i Servizi sono inascoltati e squalificati, e gli oligarchi vedono messo a rischio il loro benessere e i loro privilegi.

Per usare un termine ingegneristico, il Regime è attualmente in un “equilibrio iperstatico”.

Il potere personale di Putin è probabilmente ancora abbastanza forte da resistere ai guai attuali, ma è impossibile predire quanto a lungo potrà sopportarne di nuovi.

Pertanto la caduta di Putin diventa uno scenario non solo possibile, ma anche auspicabile. Forse l’unico che possa restituire una chance alla pace.

Rimane il dubbio tanto rilanciato sui media: e se il successore dell’orso Vladimiro fosse peggiore di lui?

Si tratta di un falso problema.

Putin, per difendere la sua posizione personale, ha fatto il vuoto di personaggi capaci intorno a sé, e si è circondato di “yesmen” inetti. L’orso Vladimiro non è pericoloso solo perché “cattivo”, ma soprattutto perché è dotato di un potere quasi assoluto in un Paese nucleare. Il suo successore sarà assai difficilmente altrettanto capace e potente, e sicuramente il suo potere sarà limitato da una cerchia di rivali invidiosi e ambiziosi dai quali dovrà proteggersi per difendere il suo potere.

Per quanto maldisposti verso l’Occidente, i successori dell’orso probabilmente saranno più una “Troika” che un singolo autocrate, e dovranno bilanciare il loro traballante potere cercando di accontentare tanto i vertici del potere russo che la base, e non potranno farlo continuando una guerra contro l’Occidente che Putin ha già perso per loro.

Dovranno per forza di cose scaricare tutte le colpe sul povero orso Vladimiro, e ricercare una pace che restituisca una prospettiva tanto ai vertici che alla base del loro grande Paese.

E la guerra potrà finalmente terminare.

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