Giorno 250

Da un’analisi da manuale dei danni provocati dai droni ucraini alla marina russa e delle conseguenze sulla Flotta del Mar Nero, ad un esame delle rispettive strategie.

Orio Giorgio Stirpe

Avevo cominciato a scrivere questo articolo due giorni fa, ma poi mentre scrivevo sono arrivate le notizie dell’attacco a Sebastopoli, e volevo prima capire la portata dei risultati in modo da poterli commentare… Alla fine però le informazioni filtrano poco per volta, e al di là dei proclami trionfali degli ucraini e i dinieghi rabbiosi dei russi, non ci sono molte conferme.

Al momento in cui scrivo appare confermato che i droni aerei hanno attaccato e colpito sia un deposito di munizioni che almeno un deposito di carburante, generando l’esplosione spettacolare vista su alcuni filmati, che avrebbe anche rotto i vetri delle finestre del sindaco.

Per ammissione russa sono state colpite quattro navi. Difficile stimare i danni, ma la potenza dei barchini telecomandati (o droni navali) impiegati è tale che se arrivano a bersaglio difficilmente l’unità colpita mantiene la propria operatività e nella migliore delle ipotesi richiederà qualche mese di bacino in secca.

Non c’è conferma neppure su quali siano le quattro navi colpite. Apparentemente, stando ai filmati prodotti, una delle quattro sarebbe la fregata “Admiral Makarov”: la principale unità missilistica di superficie rimasta alla Flotta del Mar Nero dopo l’affondamento del “Moskva”. Osservando il filmato si direbbe che la nave fosse in movimento quando è stata colpita a centro scafo, probabilmente proprio cercando di sottrarsi all’attacco, e se non è affondata difficilmente tornerà in servizio durante questa guerra.

Una seconda unità sarebbe per ammissione russa un dragamine. Un’altra sarebbe una delle due rimanenti unità anfibie della Flotta, impiegata per il rifornimento delle forze russe nella zona di Kherson.

La quarta unità colpita non è chiaro se sia una ulteriore unità anfibia (il che azzererebbe le capacità anfibie russe nel Mar Nero per almeno diversi mesi), oppure se si tratti di una Nave Comando, una sorta di unità per Guerra Elettronica atta a dirigere il tiro di tutto il resto della Flotta, e che fra l’altro era ucraina fino al 2014 quando è stata confiscata all’atto della presa di possesso della Crimea da parte russa. In quest’ultimo caso il lancio di missili navali contro l’Ucraina sarebbe seriamente compromesso.

Fin qui, i danni probabili o presunti. Più interessante analizzare il contesto.

I russi avevano trovato un drone navale ucraino sugli scogli già un mese fa, quando evidentemente gli ucraini avevano testato il sistema perdendo un elemento; filmati di provenienza russa mostrano anche un tentativo di ingresso in porto avvenuto di giorno poco tempo fa, e un altro filmato ucraino mostra un drone che entra in porto di giorno arrivando a sfiorare una pilotina. Questo significa che il Comando della Flotta era perfettamente al corrente del rischio di un attacco ucraino di questo genere, eppure non ha preso evidentemente nessuna contromisura in merito. Le navi erano all’ancora in rada, senza alcuna protezione quando l’attacco notturno ha avuto luogo: hanno fatto appena in tempo a levare le ancore e provare a muoversi prima di essere colpite, e avevano perfino le illuminazioni di bordo accese come si vede dai filmati. Nel contempo però nessun riflettore è stato attivato per individuare il drone e nessuna arma ha fatto fuoco per fermarlo.

Insomma: una dimostrazione di disorganizzazione piuttosto grave da parte di una Marina in guerra e già dolorosamente consapevole delle capacità nemiche.

Ancora più interessante valutare le conseguenze dell’attacco.

La “Makarov” era un’unità moderna, promossa ad “ammiraglia” dopo la perdita del “Moskva”, e già data erroneamente per colpita a maggio: la sua perdita o anche solo il suo danneggiamento sarà un brutto colpo per il morale non solo della Marina, ma di tutta la Federazione, e ridurrà drasticamente la capacità fisica di mantenere fuoco navale contro l’Ucraina.

L’eventuale messa fuori gioco dell’Unità Comando sarebbe operativamente ancora più grave, perché se confermata equivarrebbe all’accecamento dell’intera Flotta e a maggior ragione ridurrebbe la capacità di tiro navale ai soli sommergibili, con una precisione di tiro decisamente inferiore. Per il tiro di precisione rimarrebbero le piattaforme nel Mar Caspio, da dove occorre sparare con missili a lungo raggio e dal costo molto maggiore.

Ma il danno maggiore probabilmente risiede nella messa fuori combattimento del naviglio anfibio.

Le unità da sbarco trasportano mezzi ruotati capaci di proiettare sostegno logistico oltremare, e rappresentavano la migliore capacità di rifornire le forze russe nella regione di Kherson dopo l’interruzione della linea ferroviaria sul ponte di Kerch. La perdita di questa capacità, o anche solo la sua sostanziale riduzione, rappresenta un vero disastro per la logistica già stremata del Gruppo di Forze russo operante oltre il Dnipro.

L’ultimo punto ci riporta al discorso del Targeting.

Commentando l’attacco al ponte di Kerch, avevo ribadito come questo andasse visto non come un’azione isolata, ma come un’operazione pianificata nell’ambito di una programmazione ben definita di bersagli da colpire in successione allo scopo di strangolare il sostegno logistico russo e accelerare l’attrito delle forze di campagna.

Una pianificazione ben condotta e perseguita in base ad un preciso calendario, che tiene conto delle modifiche meteorologiche stagionali, dei cicli di produzione industriale e dei tempi di mobilitazione russi, disegnata in modo da rendere sempre più difficile già all’inizio dell’inverno una difesa a tempo indeterminato dei territori ucraini occupati.

Dobbiamo aspettarci altri colpi simili, tutti tesi a indebolire progressivamente la capacità russa di sostenere logisticamente l’occupazione.

La pianificazione operativa ucraina, quale che essa sia, deve infatti necessariamente basarsi su due concetti fondamentali.

È vero che la Russia ha perduto l’iniziativa e subisce il Momentum favorevole degli ucraini, ma è anche vero che le forze di Kyiv mancano tuttora del potenziale offensivo/controffensivo per respingere gli invasori oltre il confine internazionalmente riconosciuto: attaccare a fondo senza disporre del potenziale necessario significherebbe subire inutilmente perdite e rischiare di invertire il segno del Momentum.

Il secondo punto è che ormai è chiaro come Putin abbia travalicato una volta di più i suoi generali e imposto una dottrina simile al “nessun passo indietro” del suo idolo Stalin. Potranno esserci riposizionamenti locali tali da sacrificare singoli villaggi e campi agricoli, ma nessuna città potrà essere ceduta al nemico senza una difesa determinata che cerchi di richiamare nella popolazione e soprattutto nei riservisti mobilitati lo spirito della Grande Guerra Patriottica. Questo perché secondo lo zar ormai la riuscita della mobilitazione è l’unica speranza – assieme ad un alleggerimento del sostegno occidentale all’Ucraina – per poter riprendere l’offensiva con la buona stagione e ottenere finalmente quel successo sul campo necessario per avviare una trattativa dall’esito almeno parzialmente soddisfacente.

Il significato di questa analisi, in sintesi, è che i russi si preparano a difendere a tempo indeterminato le attuali posizioni in territorio ucraino, e che gli ucraini non dispongono del potenziale necessario a scalzarli se non mediante operazioni limitate e con esiti assolutamente locali. Quindi, se non è possibile distruggere le forze nemiche con attacchi diretti (o “per via cinetica” come si dice in gergo), occorre logorarle, strangolarle e demoralizzarle in maniera indiretta.

Indebolire l’avversario per via indiretta significa colpirlo in profondità con bombardamenti di precisione, logorarlo sul territorio con azioni da parte della Resistenza e delle Forze Speciali, interrompere continuamente e dovunque possibile i collegamenti e la catena di Comando, e soprattutto strozzare le linee di sostegno logistico… Il tutto possibilmente coordinato in modo da trarre il massimo giovamento dalle condizioni meteorologiche tipiche della regione.

In buona sostanza, si tratta di servire all’orso Vladimiro lo stesso trattamento che i sovietici riservarono alla Wehrmacht negli inverni del 1942 e del 1943; in modo tale che con il ritorno della buona stagione gli effetti della mobilitazione russa risultino annullati, e quelli del sostegno occidentale all’Ucraina siano massimizzati.

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