Ddl Zan: il giorno dopo

Interpretazioni e proposte si alternano

GP

Quando, nell’editoriale di ieri, abbiamo sintetizzato quanto avvenuto a Palazzo Madama riferendo le parole di Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, eravamo sulla strada giusta.

L’euforia del centrodestra per essere riusciti a far passare la tagliola sul ddl Zan la dice lunga. Era un’autentica esplosione di gioia da stadio, più che da uno dei due rami del nostro parlamento, ma non è il bon-ton dei gruppi parlamentari che conta, quanto in realtà la sorpresa di una vittoria inaspettata, almeno per i più. Il centrodestra da solo non aveva i numeri per far passare la propria proposta per affossare il ddl sull’omotransfobia.

Oggi Enrico Letta, senza scomporsi più di tanto, dopo aver ricordato che quel voto ha posto l’Italia al pari di Ungheria e Polonia, ha dichiarato che il Partito democratico è pronto ad appoggiare una iniziativa di legge popolare in materia. In breve: avete vinto un round, non l’incontro.

Ma sui franchi tiratori, favoriti dalla decisione della Casellati di ammettere il voto segreto nell’occasione, si accendono i riflettori e le riflessioni.

Strana la circostanza per gli sconfitti nell’aula (Pd, M5S, Leu e Sinistra Italiana) che Lega e Italia Viva condividano parola per parola la lettura di questo esito. Difficile distinguere, senza la firma in calce, se si tratta di una dichiarazione di Salvini o di Faraone, Boschi o Rosato. C’è un refrain comune “L’arroganza del Pd e del M5S”. Il voto segreto permette oscenamente a quelli che hanno votato contro di giocare a nascondino (purtroppo con la civiltà e le sorti del Paese) ed accusare “gli altri” di non essere stati compatti.

I non tanti politici capaci di leggere i segnali, da Goffredo Bettini a Pierluigi Bersani, non hanno dubbi. Sono prove generali delle alleanze da stringere in vista della quarta votazione per la nomina del Presidente della repubblica, quando cioè non servirà più la maggioranza qualificata.

Nel Pd, come nei pentastellati non ci sono dubbi: i renziani di Italia Viva, si sono defilati ed hanno votato in massa per affossare il ddl Zan. Perchè Renzi avrebbe dovuto votare con i sovranisti al Senato, si chiede qualcuno. La risposta non tarda: “Per affossare il progetto di Nuovo Ulivo o campo largo, accarezzato dal segretario Pd Enrico Letta”.

Letta non è certo uno sprovveduto e “l’Enrico stai tranquillo” di Matteo Renzi non lo ha certo dimenticato. Il ponte che finora ha mantenuto con Italia viva non è certo una strada lastricata di fiori per Renzi, ma per i renziani, quasi tutti ex-Pd, che dovranno fare i conti con essere in tanti in un partito che le intenzioni di voto quotano al 2,6%, senza contare i problemi creati dalla riduzione del numero di deputati e senatori. Era ed è facile prevedere che se la situazione non cambia radicalmente Italia viva da sola scompare e francamente nel dna dei renziani non vedo lo spirito di abnegazione sacrificale dei kamikaze. Quindi il ritorno alla casa di origine per molti renziani non è un’idea del tutto peregrina.

Sta di fatto che oggi nel Pd e ancor più nei pentastellati Matteo Renzi ed i suoi, sono molto simili al drappo rosso per i tori. La maggioranza chiede la chiusura di ogni rapporto con Renzi ed Italia viva, non tanto per partito preso o vecchi rancori, che in politica reggono poco, quanto per mettere fine alle continue imboscate e trappole ordite, a ragione o torto, dal senatore toscano.

Siccome questa è un’analisi politica e null’altro, se condivisibile o meno giudicate Voi, cari lettori, vale per oggi. La politica italiana, soprattutto negli ultimi anni ci ha abituato a tali repentini cambi di rotta che ciò che vale oggi, non possiamo prevedere per quanto tempo regga.

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