Giorno 282

Gli ucraini hanno superato la soglia del dolore e il loro desiderio di giustizia supera quello di pace. La guerra è divenuta totale.

Orio Giorgio Stirpe

Credo sia il caso di tornare sul concetto, apparentemente minore, della “soglia del dolore” che ho menzionato in precedenza.

Come non mi stanco di ribadire, io sono un soldato e niente di più, quindi probabilmente adopererò termini poco corretti per descrivere fenomeni che uno psicologo saprebbe definire infinitamente meglio, però devo necessariamente descrivere un aspetto che ritengo fondamentale per la comprensione degli eventi in Ucraina, tanto a livello individuale che – soprattutto – di massa.

La reazione “flight or fight”, scappa o combatti, non è unicamente tipica degli animali colti di sorpresa da un evento improvviso e potenzialmente pericoloso: in quanto reazione naturale, è altrettanto tipica del comportamento umano. Come tutte le reazioni istintive però, gli esseri umani tendono a cercare di “addomesticarla”, governandola attraverso la ragione e l’allenamento.

In particolare, questo si riconosce in guerra quando un giovane soldato sente fischiare la prima pallottola e si rende conto che dall’altra parte c’è qualcuno che sta cercando di ucciderlo. A quel punto, a seconda della sua indole, ma soprattutto del suo livello di addestramento, scapperà come una lepre… Oppure comincerà a combattere.

In buona sintesi, la differenza fra la mobilitazione russa e quella ucraina sta proprio qui: mentre i russi hanno cominciato a sbattere al fronte le reclute appena indossata la divisa, gli ucraini hanno impartito ai richiamati un addestramento minimo di sei mesi. Così finora la maggior parte dei mobilitati russi si sono rivelati sostanzialmente inutili mentre quelli ucraini da metà estate in avanti hanno conferito all’esercito ucraino una capacità operativa addizionale che a sua volta ha consentito le prime operazioni controffensive, ribaltando l’andamento del conflitto.

Questo però è solo uno degli aspetti che conseguono dal fenomeno “flight or fight”.

Un’estensione dello stesso fenomeno porta ad un’esasperazione della reazione.

Tipicamente, un cervo in trappola o un gattino nell’angolo diventano aggressivi e perfino pericolosi anche se la loro normale reazione sarebbe la fuga. Questo perché quando a torto o a ragione la fuga è percepita come impossibile, rimane solo la lotta, magari anche disperata.

La perdita dell’opzione “flight” però non è determinata solo dalla percezione più o meno razionale delle possibilità pratiche, ma anche dal dolore fisico o psicologico.

La vittima di un’aggressione cerca invariabilmente di sottrarsi alla violenza. Quando però la fuga non ottiene il risultato sperato e la violenza raggiunge la vittima, quest’ultima comincerà a subirla continuando a cercare di sottrarvisi, ma solo fino ad un certo punto. Se la sofferenza per la violenza subita supererà un certo limite critico, la vittima si rivolterà: il suo meccanismo di difesa avrà registrato la futilità dell’opzione “flight” e passerà in modalità “fight”.

Tradotto in termini sociali, oltre un certo limite un gruppo umano che subisce una violenza cessa il tentativo di sottrarvisi e comincia a reagire cercando di infliggere altrettanta violenza al suo aggressore; sostanzialmente, avendo ormai subito un danno inaccettabile, cerca vendetta o – nel caso di una società avanzata – giustizia.

Si tratta di un meccanismo sociale noto da tempo, e che è alla base del concetto già ricordato della “violenza legittima”, che deve necessariamente essere proporzionata alla necessità; non è tanto una questione etica, quanto soprattutto pratica: la violenza eccessiva è controproducente e pertanto va controllata e gestita in maniera accurata. Va regolamentata.

A meno di casi estremi, la “violenza legittima” gestita dalla società deve ottenere il risultato di imporre all’oggetto dell’azione di forza la reazione “flight” (che porta alla sottomissione o all’allontanamento dell’obbiettivo) piuttosto che quella “fight” (che porta allo scontro fisico e potenzialmente ad un danno collaterale).

Per questa ragione l’uso della forza militare contro un avversario deve essere gestito in modo da esercitare la minima violenza legittima necessaria per ottenere lo scopo prefisso subendo il minor danno collaterale possibile. In tal modo si riduce il costo dell’azione militare e se ne massimizza il risultato.

Una guerra d’aggressione si combatte per definizione allo scopo di ottenere al termine del conflitto una situazione migliore di quella preesistente al conflitto stesso: attraverso l’eliminazione di una minaccia e/o l’acquisizione di una risorsa. Se l’eliminazione della minaccia o l’acquisizione della risorsa comportano un costo tale per cui alla fine le condizioni generali si rivelano essere peggiori di quelle preesistenti, la guerra si rivela controproducente… E questo nel mondo moderno appare essere di gran lunga il caso più frequente.

Di qui, la necessità pratica – prima ancora che etica – di limitare i conflitti e se possibile di prevenirli completamente attraverso strumenti come la diplomazia e la deterrenza.

Quando però il conflitto è considerato inevitabile, allora occorre gestirlo in maniera tale da evitare di spingere l’avversario oltre il limite per cui questi preferisca lottare fino alla morte piuttosto che cercare di sottrarsi alla violenza.

Quando questo limite viene superato, il conflitto cambia natura: da limitato, diventa totale.

In un conflitto totale lo scontro non è più motivato dalla contesa relativa ad una risorsa o ad una minaccia: diventa una questione di sopravvivenza, per cui l’esito non potrà che vedere la distruzione di almeno uno dei due contendenti e la sua eliminazione o almeno la sua trasformazione coatta in qualcosa di differente in base alla determinazione dei vincitori: Cartagine rasa al suolo, oppure la Germania nazista trasformata nella Repubblica Federale Tedesca.

Sta qui la differenza fra la guerra in Ucraina e i conflitti cui abbiamo assistito negli ultimi cinquant’anni e a cui ci siamo abituati. Quello che l’opinione pubblica occidentale ed in particolare quella sua parte che invoca “trattative diplomatiche” per risolvere il conflitto non riesce ad afferrare, è che la Russia di Putin ha commesso un errore catastrofico nella sua gestione del conflitto: non solo ha completamente sottostimato la determinazione ucraina a resistere all’aggressione, ma soprattutto quando si è resa conto dell’errore di valutazione ha reagito con una violenza eccessiva cercando di sovrastare l’avversario con una violenza di gran lunga sproporzionata agli obbiettivi prefissati.

Il risultato è stato spingere gli ucraini oltre la propria “soglia del dolore”, infliggendo loro sofferenze tali per cui ormai il desiderio di giustizia sovrasta di gran lunga quello del ripristino della pace.

L’impiego sproporzionato della violenza da parte russa a fronte degli obbiettivi dichiarati ha impresso a questa guerra una natura di conflitto totale. L’intera Nazione ucraina è coinvolta nella lotta e la sua ansia di giustizia è tale da renderla ormai insensibile alle sofferenze che questa porta con sé. La gente che in Occidente vede come intollerabile l’idea di un inverno da trascorrere al freddo senza elettricità non si rende conto di come il superamento della “soglia del dolore” renda tutto ciò praticamente irrilevante a fronte della ricerca di giustizia per la violenza subita.

I recenti successi sul campo hanno dato fiducia agli ucraini, che ora credono fermamente nella possibilità di ottenere soddisfazione per le sofferenze subite, ed è del tutto irragionevole aspettarsi da loro disponibilità per un accomodamento che negherebbe loro la giustizia che sono determinati ad ottenere.

Per gli ucraini “giustizia” significa riavere indietro tutto ciò che ritengono essere loro, e questo in base al Diritto Internazionale. Chiedere loro di rinunciare a qualcosa in cambio di una pace che anelano meno di quanto anelino giustizia non è solo irragionevole: è inutile.

Siccome però “giustizia” per gli ucraini significa anche la perdita della Crimea per la Russia, Putin non può accettarla; quindi “giustizia” per l’Ucraina e l’orso Vladimiro al potere sono due cose incompatibili fra loro, e questo sancisce la natura di guerra totale nel conflitto cui stiamo assistendo.

E come abbiamo visto, un conflitto totale non si risolve con trattative diplomatiche, ma con la sconfitta militare di uno dei due contendenti, che dovrà perire o cambiare natura.

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