Recovery: finalmente una bozza

Sui 209 miliardi destinati dall’Europa all’Italia finalmente una bozza che ci permette di discuterne.

GP

Si tratta solo di una bozza tecnica, non c’è infatti ancora neanche il plecet del Consiglio dei Ministri sull’ipotesi formulata. Ma è finalmente qualcosa su cui discutere per il futuro del nostro Paese. Investimenti strutturali destinati non solo -almeno nelle intenzioni- a far rialzare la testa al Paese ed alla sua economia, ma a correggere contestualmente tutti quegli errori cumulati nel tempo.

Non è una novità la presa di coscienza ad esempio, che però non è certamente nè pacifica, nè unanimemente condivisa, che il Paese può decollare solo nel suo insieme: le diverse velocità non hanno in realtà mai giovato, anche se ottusamente c’è chi ha fatto dei suoi privilegi, che è meglio non indagare troppo sul come acquisiti, veri e propri “precetti biblici”.

Occorre riequilibrare il Paese, perchè se è chiaro che la locomotiva non può farcela portandosi dietro, come palle incatenate dei detenuti di un tempo, la maggior parte del territorio, scarsamente produttiva e non autosufficiente, e altrettanto vero che risorse preziosissime sono insite proprio in quei territori del sud oggi profondamente arretrati, come tutti i sud del mondo. Risorse che se messe in condizione di competere nel mondo globale farebbero la ricchezza non solo di quei territori, ma del sistema Paese.

Mi pare di aver espresso con sufficiente precisione qual’è l’idea di politica economica che questa testata auspica per il Paese. Qualcuno la definirà una nuova forma di meridionalismo. Sarebbe legittimo per una testata che è nata pressoché nel tacco dello Stivale, ma non è questo, o solo questo evidentemente, dal momento che siamo fermamente convinti che i Campanili ed i campanilismi, rispettabilissimi al tempo dei Comuni e delle Signorie, vanno consegnati alla storia che, Giambattista Vico “docet”, deve insegnarci qualcosa: almeno a non ripetere “diabolicamente” gli stessi errori di chi ci ha preceduto. Siamo tutti nella stessa barca (il Paese) e dobbiamo remare tutti nella stessa direzione: il raggiungimento del progresso e del benessere generalizzato ed equamente diffuso. Anzi, visto che ci siamo, proseguendo nella metafora marina, estendiamo -per un solo attimo il discorso- e chiariamo che a nostro avviso è auspicabile, per raggiungere gli obiettivi appena indicati, che le barche europee (i Paesi) dessero vita, unendosi, ad una nuova Europa, quella che si è appena timidamente affacciata, forse grazie al disastro causato dalla pandemia. Un Europa dei popoli dove c’è spazio per tutti coloro che vogliono raggiungere e far progredire il progresso sociale, culturale e civile delle comunità e non ci sia spazio per dittatorelli da repubbliche delle banane. Basta con i veti ricattatori!

Solo in un contesto di quella dimensione e portata potremo davvero essere competitivi ed una azienda di Bari o di Caserta o di Crotone potrà competere alla pari con un’azienda americana, cinese, russa, brasiliana o indiana. Se avessimo all’orizzonte politici autentici, e non personaggi da commedia dell’arte, saprebbero che l’alternativa a questa soluzione è essere colonizzati dalle grandi potenze mondiali: in un mercato globale o cresci o muori (nel senso che soccombe il tuo essere libero e non colonizzato).

Andiamo ai primi dettagli della bozza.

In ordine di stanziamento, che mi sembra quello reso oggettivo dai numeri e non dalle preferenze personali: 74,3 miliardi alla “rivoluzione verde e transizione ecologica”, 48,7 miliardi alla ” digitalizzazione e innovazione”, 27,7 miliardi alle “Infrastrutture per una mobilità sostenibile”.

Scendendo dall’immaginario podio dei primi tre arrivati, a seguire: 19,2 miliardi all’ “istruzione e ricerca”, 17,1 alla “parità di genere” e “dulcis in fundo” 9 miliardi alla sanità.

Su quest’ultimo capitolo è aperta una discussione così accesa e sostenuta nelle forme, quanto mediocre nei contenuti (si o no alla riforma europea del Mes), che è bene tener conto che si potrebbe contare anche su un prestito europeo a condizioni particolarmente favorevoli di 36miliardi. Una discussione che si sta incancrenendo al punto da mettere in dubbio la sopravvivenza della legislatura. Il Presidente Sergio Mattarella, sempre tranquillo ed equilibrato, è stato chiarissimo: “Se non si trova una liea unitaria sul Mes da parte della maggioranza non restano che le urne”.

Tornando alla bozza, consta di 125 pagine in cui sono abbastanza dettagliatamente descritti gli interventi per riforma della giustizia; digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca, parità di genere, coesione sociale e territoriale e salute. Tutto ciò in un quadro generale di obiettivi, riforme ed investimenti, attuazione e monitoraggio del piano e, punto particolarmente qualificante, valutazione dell’impatto economico.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scritto nella premessa: “Per uscire da questa crisi e per portare l’Italia sulla frontiera dello sviluppo europeo e mondiale occorrono un progetto chiaro, condiviso e coraggioso per il futuro del Paese, che permetta all’Italia di ripartire rimuovendo gli ostacoli che l’hanno frenata durante l’ultimo ventennio. Che Paese vorremmo tra dieci anni? Da questa domanda è partita la riflessione del Governo. Dietro al ritardo italiano ci sono problemi strutturali noti, ma mai affrontati con sufficiente determinazione. Questo è il momento di farlo“. Ed in che modo realizzarlo? Avvalendosi di un “Comitato di responsabilità sociale, composto da rappresentanti delle categorie produttive, del sistema dell’università e della ricerca” per monitorarne l’attuazione e dare “pareri e suggerimenti“. Una cabina di regia politica e parallelamente una struttura tecnica con capi missione ed il comitato sociale. “I membri del comitato sono scelti tra personalità di alto profilo istituzionale e scientifico e di notoria indipendenza” utilizzabili per “consulenze” su “specifiche problematiche e segnalare collaborativamente ogni profilo ritenuto rilevante per la realizzazione del PNRR ” .

Cos’è il PNRR Vi chiederete? Io me lo sono chiesto: è Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Credo di aver detto praticamente tutto. Tralascio le previsioni di una ripresa economica che questo Piano comporterebbe per due ragioni: prima perchè è una prima bozza e le previsioni sono allo stato fantascientifiche non essendoci nulla di certo, seconda perchè sbaglierò e sarò, tanto per cambiare fastidioso, ma le previsioni degli effetti di un piano serio dovrebbe farle un’autorità terza ed indipendente, realmente autorevole, e non chi ha stilato il progetto. Un punto su cui, i lettori mi scuseranno, sono intransigente. La serietà del Piano si misurerà anzitutto da questo.

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