Concerti per il popolo della Cambogia

Antonio De Robertis, giornalista arci noto ai cultori del Jazz e della musica d’autore -in radio, con Boncompagni, si guadagnò l’appellativo de lavoce della radio- prosegue, da editorialista, su queste pagine con la sua rubrica: Novecento in Concerto – Grandi assembramenti per eventi memorabili.

Antonio De Robertis

La serie dei miei interventi su questa testata è iniziata con due episodi di jazz d’autore di alta qualità. Prossimamente, saranno la vena poetica dei nostri amati cantautori e la grande varietà del pop internazionale a regalarci momenti emozionanti, ma oggi ci spostiamo sul versante del rock.

Il Novecento è stato un secolo particolarmente importante. In negativo, per i molti e terribili eventi che hanno coinvolto e stravolto l’umanità e la sua storia. In positivo, per i fermenti letterari e artistici che l’hanno percorso.

In particolare, il mondo della musica ha visto la trasformazione della classica, i cui protagonisti hanno esplorato nuove vie come -di più non mi addentro, essendo l’argomento pane quotidiano del Maestro Fabbriciani- la dodecafonia e l’atonale, ad esempio; e la nascita – e poi lo sviluppo – della musica popolare che, partita dal ragtime, dalle work songs e dal blues, si è sviluppata in jazz, pop e rock.

Questi tre generi, tralasciando i derivati, hanno conosciuto i loro massimi momenti espressivi quando si sono rapportati direttamente col pubblico; e dunque, di concerti, cioè di musica sul palco, dal vivo, parliamo anche questa settimana. La musica che viaggia, che si sposta da un luogo all’altro per essere offerta a spettatori appassionati e partecipi, ha una grandissima forza. Viaggia nello spazio e, grazie ai documenti sonori di cui disponiamo, anche nel tempo. Ecco perché possiamo affermare senza tema di smentita che nella seconda parte del secolo scorso, con i loro concerti, gli interpreti abbiano lasciato una traccia tangibile, artistica e culturale.

Uno di questi è certamente rappresentato dai “Concerti per il Popolo della Cambogia”.

Il 1993 ha segnato il ritorno della Cambogia alla forma monarchica costituzionale indipendente, basata su un sistema democratico multipartito; sempre in quell’anno è stata scritta la nuova costituzione del Paese. Purtroppo però, dal 1953, anno in cui ottenne l’indipendenza dalla Francia, fino al 9 gennaio del 1979, la Cambogia aveva vissuto un periodo drammatico per instabilità, guerre intestine e coinvolgimento nel conflitto vietnamita; periodo che culminò con la presa del potere da parte dei Khmer Rossi di Pol Pot, il 17 aprile 1975. Dovettero passare poco meno di quattro anni terribili perché l’invasione vietnamita e la conquista della capitale Phnom Penh segnassero la fine di un regime sanguinario che si ritiene abbia causato la morte di più di due milioni di persone attraverso la carestia, il lavoro forzato e un’enormità di esecuzioni sommarie.

I quattro anni di devastazione e di terrore avevano messo letteralmente in ginocchio il paese, il che spinse la comunità internazionale a mobilitarsi con iniziative volte a sostenere la popolazione cambogiana ormai allo stremo e a favorire, per quanto possibile, la ripresa della vita normale. Come più volte è accaduto nella storia recente, si mobilitarono anche gli artisti, i musicisti. Così, per quattro sere -dal 26 al 29 dicembre del 1979- alcuni dei musicisti e dei gruppi rock più in vista si riunirono all’Hammersmith Odeon di Londra sotto la bandiera del soccorso umanitario e della solidarietà per raccogliere fondi da destinare alla Cambogia.

C’erano, fra gli altri, i Queen, i Clash, i Pretenders, Paul McCartney e i Wings, Elvis Costello, i Who.

McCartney, dell’iniziativa benefica fu l’organizzatore assieme a Kurt Waldheim, allora segretario generale dell’ONU.

L’unione di tanti artisti di forte personalità fu anche un’ottima occasione per l’esibizione della Rockestra, il primo “supergruppo” della storia del rock, nato l’anno precedente per merito di Paul McCartney e formato da trenta rockers inglesi: fra gli altri, Pete Townshend, David Gilmour, John Paul Jones, John Bonham.

La Rockestra si espresse al massimo livello con il cavallo di battaglia di uno dei re del rock’n roll, Little Richard, scomparso quest’anno: “Lucille”.

La serie di concerti fu aperta dai Queen con un classico del loro repertorio: “Don’t stop me now”.

Il 29 dicembre, invece, la chiusura fu affidata ai Wings; molto probabilmente, per permettere a Paul McCartney di ricevere un doppio applauso, come musicista e promotore. Qui, ecco “Got to get you into my life”.

Il meglio dei quattro concerti, che videro la partecipazione di 35.000 spettatori, è raccolto in “Concerts for the People of Kampuchea”, un doppio long playing che fa anche parte della mia collezione, pubblicato il 30 marzo 1981.

“Rock for Kampuchea” è invece il film musicale che ricorda l’evento.

I concerti per raccogliere fondi a favore delle vittime della devastazione provocata dalla guerra in Cambogia sono stati il trionfo del rock, soprattutto nella variante cosiddetta hard.

Di solito, i luoghi deputati per esibizioni del genere sono quelli aperti: gli stadi, le piazze… Eppure, nell’occasione, si scoprì che anche un teatro, l’Hammersmith Odeon nel caso, riusciva ad accogliere ed esaltare l’entusiasmo del popolo del rock.

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