I giovani e la precarietà occupazionale

Difficoltà da parte dei giovani italiani per trovare una posizione lavorativa stabile

Giovanni Recchia

Il mercato del lavoro italiano presenta sfide significative per i giovani. Tutti gli indicatori convergono nel dimostrare che il nostro Paese è meno accogliente nei confronti dei giovani rispetto ad altri Paesi europei. Ecco alcuni punti chiave riguardanti la precarietà occupazionale tra i giovani:

•Tasso di disoccupazione: Il tasso di disoccupazione nella classe d’età 15-29 anni è tra i più alti d’Europa, con il 22,1% contro il 13,3% della media EU27 (2020)1. Questo problema riguarda anche i NEET (giovani che non studiano e non lavorano), con quasi un giovane su quattro in Italia rientrante in questa categoria.
•Contratti a termine: Il 45% degli occupati di 15-29 anni lavora con un contratto a termine in Italia. Questo è un problema specificamente giovanile, poiché per l’aggregato 15-64 anni la quota di occupati con contratto a termine è solo leggermente maggiore rispetto alla media europea.
•Difficoltà di transizione: La probabilità di trovare lavoro passando dalla condizione di inattività a quella di occupato è molto bassa per i giovani italiani (solo il 3% delle persone di 15-24 anni riesce a farlo). Questo è in netto contrasto con i giovani di altri paesi come Finlandia, Danimarca e Olanda, dove la probabilità è molto più alta.
•Part-time involontario: L’Italia è al primo posto nella graduatoria europea per la quota di occupati a tempo parziale involontario. Questo significa che molti giovani lavorano meno ore del desiderato a causa di contratti precari.
In sintesi, la precarietà occupazionale tra i giovani italiani richiede attenzione e azioni concrete per migliorare le opportunità di lavoro e garantire una transizione più agevole verso il mondo del lavoro stabile e soddisfacente.

Occorre anche, se non soprattutto, che il Governo la spetta di barare sui dati occupazionali, indicando come occupato anche un ragazzo o un uomo che è assunto per una sola ora a settimana o peggio. Ovviamente in questo gioco squallido c’è la connivenza degli istituti demoscopici che rilevano e manipolano i dati, facendoli non corrispondere alla realtà vissuta.

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