Monumento al dolore

Tra le tante opere dedicate alla Shoah una ha un valore particolare: una scultura opera di Pietro Cascella, collocata proprio all’ingresso di Auschwitz, finanche omaggiata da Papa Francesco

Maria Catalano Fiore

Pietro Cascella (1921-2008) sicuramente è stato un grande scultore del 900 italiano, ed è lui che vince il Concorso internazionale, nel 1958, per realizzare un monumento alle vittime della Shoah.

Ma come mai Pietro Cascella? Forse perché la sua fama lo precede o forse perché appartiene ad una famiglia d’arte. E’ infatti erede artistico del nonno Basilio Cascella (1860-1950) e del padre Tommaso Cascella (1890-1968) e dello zio Michele Cascella (1892-1989). Sicuramente perché lancia un messaggio incisivo e scarno.

Pietro Cascella, ovviamente inizia giovanissimo “in Bottega”, a 22 anni partecipa alla IV edizione della Quadriennale romana e nel 1948 alla prima edizione della Biennale Veneziana post- bellica. Intanto, dalla nativa Pescara, si trasferisce a Roma per frequentare i corsi in Accademia di Belle Arti.

Nel 1958, con il fratello Andrea (1919-1990) e l’architetto Julio Lafuente (1921-2013) crea il progetto per il “Monumento ad Aushwitz” con il quale vince il Concorso, bandito per l’occasione.

Perché? E’ l’unica parola che Pietro Cascella vuole affidare come muto messaggio alle sue pietre posandole nella landa desolata del Campo di Sterminio di Aushwitz, su quella terra di orrore dove resta solo quanto i nazisti, in fuga, non hanno potuto distruggere.

“Un non-luogo abominevole come lo definiva nelle lettere alla moglie Cordelia, simile ad un limbo, dove non c’è né inferno né Paradiso. Lui dal 1957 si impegna anima e corpo in quel progetto arduo e poderoso che avrebbe segnato per sempre anche la sua vita: “Il Monumento ai martiri del popolo Polacco e di altri popoli” inaugurato il 16 aprile 1967, un compito a cui dedica quasi 10 anni di vita e lavoro.

Il suo primo progetto firmato insieme al fratello Andrea e all’architetto Julio Lafuente, vince il Concorso bandito dal Comitato internazionale di Auswitz con sede a Parigi, al quale parteciparono 685 autori, tra architetti e scultori, provenienti da 36 paesi diversi, che elaborarono ben 426 progetti.

La scultura di Cascella, molto singolare, prevede una volumetria dinamica, un complesso di 23 blocchi, in ricordo delle nazioni che avevano subito la condanna delle deportazioni, pseudo vagoni di cemento, intervallati da massicci ganci di congiunzione posizionati proprio su quei binari della morte. Una lunghissima gestazione, rinvii, modifiche, contraddizioni, ripensamenti, a metà opera, Andrea e l’architetto, abbandonano, non se la sentono di continuare, ma Pietro ha le idee chiare: deve trovare una soluzione che non intralci la rigida e agghiacciate geometria del lager, ma che riesca a fondersi con il luogo.

Finalmente, nasce questa scultura che si estende per ben 57 metri, i suoi vuoti esprimono appieno quello che li è successo, nessun simbolo o immagine sarebbe stata in grado di esprimere la tragedia dell’Olocausto, il vuoto che hanno lasciato milioni di vittime innocenti.

Pietro Cascella davanti alla sua opera

Per la realizzazione vive li, in uno degli alloggi, con operai polacchi ed italiani, quegli sgrossatori e scalpellini che collaborano a “Sgrossare” il blocco di pietra dura, locale, chiamata “Radkuf”. Per la pavimentazione viene utilizzato granito grigio, mentre la parte più alta, 4,5 metri, è in granito nero con al centro un triangolo rovesciato, simbolo dei prigionieri politici.

La scultura di Cascella non appare come un monito o “memento” ma lascia un varco aperto perché il visitatore si ponga proprio il “Perché”, un atto di accusa o presa di coscienza di quanto avvenuto.

Per interventi utilizzare il “Lascia un commento” o scrivere alle e-mail info@lavocenews.it o direttore@lavocenews.it. Per seguirci su Facebook potete mettere il “mi piace” sulla pagina La Voce News o iscrivervi al gruppo lavocenews.it. Grazie.