Errori umani, Covid e stress: un mix fatale nella sicurezza sul lavoro

Oltre l’80% degli infortuni mortali non sono dovuti alla inadeguatezza dei macchinari o da
condizioni di lavoro sfavorevoli ma da comportamenti errati!

La redazione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La maggior parte degli incidenti mortali sul luogo del lavoro non sono dovuti a problemi di sicurezza, inadeguatezza dei macchinari ma da errori umani. Un fenomeno preoccupante vista anche l’ultima fotografia scattata dall’Inail: le denunce con esito mortale presentate all’Istituto entro il mese di agosto sono state 772. Soprattutto, secondo uno studio della BBS (Behavior-Based-Safety – un protocollo nato negli Stati Uniti al fine di aumentare i comportamenti di sicurezza e di conseguenza ridurre gli infortuni), ben l’80% di questi sono da imputare proprio a comportamenti personali non sicuri. “La maggior parte degli incidenti – spiega Ezio Granchelli, vicepresidente di Stone S.p.A., società di consulenza in materia di sicurezza sul lavoro – si verificano perché o si è deciso di fronteggiare una situazione anomala di qualche tipo (come il macchinario bloccato) con un’azione poco prudente e avventata oppure l’azione che ha determinato l’infortunio era nota e tollerata da tempo.

Il classico: ‘ho sempre fatto così e non mi è mai successo nulla’. Quando c’è un decesso, per comprenderne le cause scatenanti – prosegue Granchelli – l’Inail attiva un’indagine secondo un modello statistico sviluppato dallo stesso Ente che si chiama ‘Informo’. Questo modello raggruppa i fattori che determinano gli infortuni mortali nelle seguenti categorie: ambiente, attività dell’infortunato, attività di terzi, materiali, utensili, macchine, apparecchiature, impianti e attrezzature e dispositivi di protezione individuale. L’esito delle rilevazioni è sempre lo stesso: le azioni dell’infortunato si confermano il fattore di rischio principale”.

Ma come e dove si può intervenire per arginare il fenomeno? Secondo Granchelli il punto cardine su cui si deve lavorare è la consapevolezza. «Modificare i comportamenti è una delle sfide più ardue in tema di gestione aziendale in senso ampio e in materia di sicurezza lo è ancora di più. Non esiste una formula magica ma ci sono molte cose che si possono fare. Prassi da seguire che se sposate dal management/imprenditore e adottate costantemente sul medio/lungo periodo, possono portare a un miglioramento”.

Prima di tutto bisogna fare in modo che la valutazione dei rischi non sia solo un adempimento formale a carico del datore di lavoro. “È possibile coinvolgere i lavoratori nel processo di valutazione dei rischi attraverso specifici momenti di formazione, insegnando loro a impiegare autonomamente la formula R=p x d (che esprime il valore di rischio come prodotto tra i due fattori P e D, dove P è la probabilità che si verifichi l’evento dannoso preso in esame e D è il danno massimo ipotizzabile che lo stesso evento può causare.). Questa semplice formula permette al dipendente di calcolare ciò che può accadere”. Inoltre, si deve prestare attenzione ai “numeri” ricordandosi che gli infortuni mortali hanno una incidenza più alta nella fascia di età generalmente compresa tra 45 e 59 anni (dati Inail), ossia tra i più esperti. In tale ottica, uno strumento determinante è costituito dalla mappatura dei “Near Miss” (i “quasi infortuni”).

La legge impone la denuncia degli eventi infortunistici, cioè quelli che hanno determinato un danno ma non archivia gli eventi che lo hanno “quasi determinato”. Secondo la piramide della sicurezza basata sulla teoria di Heinrich, ogni 300 “Near Miss” possono esserci ventinove infortuni minori e uno grave o mortale. “Sensibilizzare e responsabilizzare i lavoratori nel segnalare tali eventi e poi discutere con loro su ‘cosa è andato storto’ è inclusivo e fornisce una spinta verso comportamenti più consoni e corretti”.

Infine non si deve dimenticare l’importanza della vigilanza che peraltro è un obbligo di legge, attraverso persone adeguatamente qualificate a livello comunicativo. Il personale preposto alla vigilanza, definito ‘preposto’ è una risorsa preziosa e strategica. “Un preposto – ci tiene a specificare Granchelli – non è un ‘caporale’, ma un ‘mentore’. Ecco perché è importante formare queste figure sulla base di soft skills comunicative e di leadership. Lo scopo dei preposti non sarà quello di punire i comportamenti errati ma, al contrario, di premiare quelli corretti”.

L’unica strada da seguire è quella di far crescere la consapevolezza, tra gli imprenditori e i lavoratori, che investire nella sicurezza nei luoghi di lavoro non è un costo e non è una semplice necessità per evitare sanzioni. Al contrario, è un punto di partenza se si vuole far crescere il posizionamento della propria azienda e migliorare il clima interno, con evidenti benefici in termini di aumento della produttività e della qualità della vita professionale.

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