8 settembre 1943: la fuga disonorevole e l’inizio della resistenza italiana

il comportamento vergognoso di un monarca e la tragedia di un popolo abbandonato a se stesso. In evidenza un fotogramma del film di Luigi Comencini “Tutti a casa” anno 1960

Rocco Michele Renna

La nave è pronta per scappare, la dozzina di uova per la Regina sono pronte… Queste furono le preoccupazioni di Vittorio Emanuele III, fuggito a Brindisi dopo l’armistizio del 1943.

«Vittorio Emanuele III ci fece notare che in quel preciso momento c’era in porto una nave italiana, con le macchine sotto pressione, pronta a portarlo via se i tedeschi avessero riconquistato Brindisi. Cercammo di tranquillizzarlo. Murphy gli chiese se potevamo fare qualcosa per lui. Aveva bisogno di qualcosa? Dopo una pausa esitante disse: ”La regina non è riuscita a trovare uova fresche. È possibile avere in qualche modo una dozzina di uova?” Non ci domandò altro. Così con una dozzina di uova suggellammo il nostro accordo con la millenaria casa Savoia.»

Così Harold McMillan e Robert Murphy, inviati diplomatici degli angloamericani in Italia, raccontano il primo incontro con il re a Brindisi. L’aneddoto, più volte riportato in vari testi e nelle memorie dei due, rende bene l’idea di quali fossero le priorità del monarca, nel bel mezzo della crisi politica, istituzionale, militare più importante che l’Italia abbia mai attraversato.

Una nave pronta per la fuga nell’Adriatico e una dozzina di uova per la regina…

Mentre i reparti italiani precipitavano nel più totale caos, dalla Francia alla Grecia (secondo alcuni per responsabilità anche dei quadri intermedi che disattesero gli ordini impartiti), Vittorio Emanuele III, lo stato maggiore dell’esercito e il generale Badoglio avevano lasciato la capitale, per mettersi in salvo, eventualmente, dirigendosi verso i territori occupati dagli Alleati.

All’alba del 9 settembre il generale Roatta, vice capo di Stato Maggiore (anch’egli in fuga), ordinava al suo sottoposto Carboni di trasferire la divisione corazzata Ariete e la divisione motorizzata Piave, poste a difesa di Roma, sulla via Tiburtina affinché proteggessero la fuga del Re.

Mentre il re raggiungeva Brindisi, nella Capitale le soverchianti forze tedesche attaccavano e sbaragliavano nel giro di due giorni i pochi militari rimasti e i coraggiosi civili che avevano scelto di combattere.

Lo stesso re che, all’indomani di Caporetto, aveva affermato con tono imperituro alla Nazione “ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento”, se l’era data a gambe nel più umiliante dei modi possibili.

Ecco la vera storia del Capitano di fregata Carlo Fecia di Cossato, Medaglia d’Oro per le imprese compiute, il 27 agosto 1944, rientrato in Italia dalla sede dei sommergibilisti italiani di Bordeaux, ebbe il comando dell’Aliseo che fu, a seguito delle condizioni della capitolazione, costretto a condurre, con i segnali della resa, nei porti inglesi.

Da questo trauma Fecia di Cossato non si riprese più; non poté dimenticare che gli inglesi per sottolineare ancor più lo scherno, avevano imposto alla Flotta italiana l’oltraggio di seguire una piccola corvetta greca che faceva da battistrada alle navi italiane che entravano nel porto, mentre gli equipaggi inglesi, dalle loro tolde, indirizzavano ai nostri marinai motti di disprezzo e di derisione. Mai, prima di allora, a nessuna marina del mondo era stata inflitta una umiliazione simile.

Il capitano di Fregata Carlo Fecia

Carlo Fecia di Cossato scrisse alla madre una lettera che è ben nota, ma ben celata dalla storiografia ufficiale. Ecco il testo:

Mamma carissima, quando riceverai questa mia lettera, saranno successi fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sono il diretto responsabile. non pensare che io abbia commesso quello che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuravo. da nove mesi ho molto pensato alla posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della marina, a cui mi sono rassegnato solo perché’ ci era stata presentata come un ordine del re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della monarchia al momento della pace. tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. da questa triste constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso.

Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo della mia vita. da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro. spero mamma che mi capirai e che anche nell’immenso dolore che ti darà alla notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato. tu credi in Dio, ma se c’è un Dio non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora. Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno.

Abbraccia papà e le sorelle e a te, mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato. in questo momento mi sento molto vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete.

Carlo”.

Al termine della lettera Carlo Fecia di Cossato si uccise con un colpo di pistola…

 Si è parlato, si parla e si parlerà dell’8 settembre 1943, attribuendo a questo giorno una data storica per le sorti della guerra e del nostro Paese. Ma cosa fu e cosa rappresentò e quali conseguenze ebbe l’8 settembre su centinaia di migliaia di soldati italiani sparsi per i vari fronti di guerra in tutta l’Europa? Quando la confusione, provocata soprattutto dall’utilizzo di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole della resa, testé firmata, generò ulteriore confusione presso tutte le forze armate italiane, e che, lasciate senza precisi ordini, si sbandarono?

Mezzo milione di soldati italiani catturati dall’esercito germanico, e destinati, purtroppo, ai diversi campi di prigionia, oppure ai lager, o di quelli che nelle settimane immediatamente successive vennero passati per le armi senza alcun processo. Ma è anche la storia di oltre la metà dei soldati in servizio che abbandonarono le armi e tornarono alle loro case. Senza distinzione di grado: dai soldati semplici agli ufficiali.

Infiniti furono i disagi e le peripezie cui dovettero sottoporsi i nostri soldati che cercavano di tornare a casa, privi di tutto, sfuggendo alla fame, alla sete, alle intemperie e ai tedeschi che, laddove li avessero catturati, li avrebbero sicuramente fucilati o mandati nei campi di concentramento.

I soldati che “sbandarono” dopo l’8 settembre e lasciarono le armi, autonomamente, senza alcuna autorizzazione che, ovviamente, sarebbe stata impossibile avere e senza alcun congedo, vennero poi denunciati, sottoposti a procedimento penale e condannati dai vari tribunali militari per diserzione!

 Senza che nessuno dei “disertori…”  avesse mai saputo nulla di tali pesanti provvedimenti, se non, appunto, quando si richiedeva una qualche concessione ai pubblici uffici. Insomma oltre al danno pure la beffa della burocrazia italiana.

Tra l’altro, i soldati lasciavano il fronte solo dopo essersi accorti che erano stati abbandonati al loro destino dai superiori diretti e dagli ufficiali. Sino a quel momento, infatti, molti non credevano o non avevano ben compreso quello che l’8 settembre era successo.

C’era chi aveva paura di scappare, chi sperava di ricevere un qualche ordine. Ad ogni modo, la prima cosa da fare era quella di rendersi pienamente conto di dove fossero, di quanto fossero lontani dai tedeschi, sino a pochi giorni prima amici, ora improvvisamente nemici e, cosa più importante, quanto fossero lontani da casa.

Accertata la possibilità di abbandonare senza problemi il fronte, nasceva quella di togliersi al più presto la divisa. C’era, allora, chi sopportando anche i primi freddi, trovandosi nei Paesi più a nord dell’Europa, restava con la biancheria intima, i famosi “mutandoni” di cui erano dotati… Sino a quando raggiungevano un villaggio, una casa di campagna, dove venivano rifocillati e forniti di un qualche indumento.

Purtroppo, non mancarono circostanze nelle quali la paura dei tedeschi era così forte che ai nostri soldati che scappavano, venivano chiuse e sbarrate le porte per paura di ritorsioni.

Iniziava poi il lungo cammino, il calvario dei nostri soldati verso il ritorno a casa; seguendo sentieri e strade nascoste o poco battute dal nemico, con le scarpe ormai ridotte a poco più di una soletta, mangiando quel che capitava e dimenticando cosa significasse lavarsi e farsi la barba.

Qualcuno prendeva anche brutte malattie a causa di infezioni provocate da acqua o cibo scadente e, talvolta, ci rimetteva la vita.

Questi viaggi, se tutto andava bene, duravano settimane e, per chi tornava dal nord Europa i primi freddi diventavano già insopportabili. A casa, invece, tra i familiari, cresceva l’angoscia e l’attesa, avendo saputo di ciò che stava accadendo al fronte, specie tra quanti vedevano tornare i primi reduci e aspettavano con ansia il ritorno anche di un loro parente.

A Vittorio Emanuele vanno ascritte la responsabilità di aver consegnato il governo del Paese al fascismo, di aver avallato l’aggressione all’Etiopia, le infami leggi razziali, di aver contribuito a trascinare l’Italia in due guerre mondiali.

Anche se va ricordato che, al contrario del monarca, tanti italiani che non avevano titoli, privilegi, corone da difendere, scelsero dopo l’8 settembre la via più difficile e coraggiosa, quella della Resistenza.

Per seguirci su Facebook mettete il “mi piace” sulla pagina La Voce News o iscrivetevi al gruppo lavocenews.it. Grazie.