Giorno 142

Una guerra di attrito che non permette di sperare in un’armistizio a breve.

Orio Giorgio Stirpe

Che uno Stato in guerra prenda misure straordinarie per sostenere lo sforzo bellico, così come che si affidi alla propaganda per sostenere il morale della popolazione durante il conflitto, è assolutamente comprensibile e naturale. Meno comprensibile e naturale è che prenda queste stesse misure mentre nega che la guerra ci sia.

Una Nazione che eleva il limite di età per il servizio militare a 65 anni, che punisce con la reclusione fino a 15 anni chi diffonde notizie – veritiere o meno – che possano creare difficoltà all’esercito, e che vara “misure speciali per sostenere le operazioni militari” prevedendo “il divieto alle persone giuridiche di rifiutare contratti pubblici” e una “regolamentazione speciale dei rapporti di lavoro concernenti gli straordinari, il lavoro notturno o nei giorni festivi”, è chiaramente non solo una Nazione in guerra, ma anche una che si trova palesemente in difficoltà.

Una Nazione in guerra che non si trovi nei guai non punisce con la reclusione chi diffonde notizie sgradite: tutt’al più lo multa o lo espelle. Una Nazione che vince non vara una legge (tipicamente bellica) che consente al Governo di estorcere lavoro alle ditte private e obbliga letteralmente la manovalanza al lavoro coatto: piuttosto, impiega le risorse accumulate in precedenza in vista del conflitto. Una Nazione che ritiene di avere il sopravvento non cerca di acquistare armi da partner palesemente inferiori militarmente e/o tecnologicamente, e ancor meno arruola combattenti di tali Paesi per combattere le sue guerre: semmai aumenta la propria produzione bellica e mobilita il personale che gli occorre.

Una Nazione che invece fa tutto ciò è una Nazione che si rende conto di trovarsi con le spalle al muto e di avere un bisogno disperato di risorse che non riesce più a trovare in altro modo.

Inoltre, una Nazione in guerra che vince non rimuove, arresta o fa sparire generali e dirigenti civili impegnati nel conflitto con i ritmi cui stiamo assistendo ormai da aprile. Ma soprattutto, una Potenza nucleare impegnata in un conflitto minore contro un vicino notevolmente più piccolo non agita lo spettro di un conflitto nucleare contro chi fornisce assistenza al suo avversario.

Il comportamento della Russia di Putin non lascia dubbi sulla sua situazione militare a chiunque la osservi con un minimo di cognizione di causa. La NATO e conseguentemente l’Ucraina conoscono tale situazione molto più in dettaglio di noi che la osserviamo solo in base all’informazione pubblica, e si comportano di conseguenza. Altrettanto. fanno gli altri attori internazionali come la Cina, che nell’ambito dei suoi massicci disinvestimenti dall’economia russa ha anche chiuso la sua fabbrica di droni, obbligando a quanto pare il suo “amico eterno” a rivolgersi per acquisti d’emergenza addirittura all’Iran.

L’esercito ucraino, forte del sostegno occidentale, della solidità del fronte interno e della sua mobilitazione generale, continua da un lato ad assorbire i colpi sempre meno professionali del suo più quotato avversario, e dall’altro ad infliggergli un tasso d’attrito ormai insostenibile. Un tasso d’attrito tale da aver ormai arrestato, quasi ovunque, l’avanzata del secondo esercito più potente del mondo.

L’esercito russo in realtà ha “culminato” ormai da tempo, nel senso che ha esaurito il suo potenziale offensivo e ormai proseguire nei suoi attacchi può solo generare ulteriore attrito. Le pressioni politiche hanno condotto all’ulteriore sforzo di Severodonetsk, reso possibile dalla cannibalizzazione delle Brigate schierate in posizione difensiva lungo il resto del fronte: una procedura militarmente irresponsabile che ha portato ad un pericoloso assottigliamento delle linee russe, ma che ha consentito un successo d’immagine disperatamente necessario per il regime di Putin.

D’altra parte l’esercito ucraino non dispone al momento di un proprio potenziale controffensivo tale da ricacciare in Russia gli invasori; quindi, la conseguenza inevitabile di questa situazione è che il fronte attuale è destinato a stabilizzarsi un po’ come nelle Fiandre durante la I Guerra mondiale. Gli avversari si fronteggeranno lungo le rispettive fortificazioni campali, stenderanno campi minati e si cannoneggeranno nel tentativo di infliggersi ulteriori perdite, ma di fatto si avrà quella che si chiama una “stasi operativa” durante la quale i contendenti cercano di recuperare il proprio potenziale più rapidamente dell’avversario.

Una tale situazione invita naturalmente all’avvio di colloqui di pace, alla ricerca se non di un accomodamento definitivo almeno di un armistizio che limiti ulteriori danni. Ma le dichiarazioni delle opposte dirigenze lasciano poco spazio alla speranza: Putin in particolare ha appena fatto sapere al mondo che “in questo momento” un dialogo fra le parti “non è possibile”. In una tale situazione Zelensky non può che rispondere in modo analogo per non apparire disperato a sua volta, visto che le condizioni di base indicate dal suo avversario sono chiaramente inaccettabili.

Ma se la posizione ucraina. sebbene rigida può apparire comprensibile – perché mai una Nazione tutt’altro che sconfitta dovrebbe accettare di cedere parte del suo territorio ad un nemico incapace di assicurarselo con la forza? – altrettanto non si può dire di quella russa.

Una Nazione militarmente con le spalle al muro, incapace di acquisire i propri obiettivi e anche di generare le energie che occorrerebbero per farlo, dovrebbe ragionevolmente cogliere l’opportunità di raggiungere un accomodamento tale da sganciarsi da un conflitto. ormai chiaramente destinato a concludersi in maniera insoddisfacente.

Eppure Putin continua a rilanciare, annunciando al suo popolo e al mondo che “tutti gli obiettivi saranno raggiunti” e che l’Ucraina dovrebbe semplicemente “arrendersi” ed accettare la pace del vincitore. Perché?

La propaganda russa e i minions nostrani ci spiegano che la Russia dispone di risorse inesauribili, di un popolo compatto e resiliente, e che finora ha impiegato “solo una minima parte del suo potenziale”.

L’intelligence occidentale ha accertato da tempo che tali affermazioni sono appunto pura propaganda, ma secondo i minions la propaganda è quella occidentale. Bene: ma allora, propaganda per propaganda, restiamo a noi e a quanto leggiamo sulla pubblica informazione, comprese le notizie degli stessi media ufficiali russi che abbiamo richiamato all’inizio dell’articolo.

Notizie che ci parlano appunto di una Nazione in guerra che si trova palesemente in difficoltà, e che nel contempo nega di essere in guerra, privandosi così degli unici strumenti che potrebbero aiutarla a generare quelle risorse di cui avrebbe disperatamente bisogno.

Una situazione difficilmente sostenibile, che porta la dirigenza del Cremlino ad assumere decisioni che supportano più la narrativa di un’”operazione speciale” che prosegue “secondo i piani” che non lo sforzo militare reale; con la conseguenza di aggravare sempre di più la posizione dei suoi stessi soldati.

Per giustificare sé stesso, l’orso Vladimiro si crea una “realtà alternativa” analoga alla sua stessa propaganda, dove appunto la Russia dispone di risorse inesauribili, di un popolo compatto e resiliente, e che finora ha impiegato “solo una minima parte del suo potenziale”.

Evidentemente lui ci crede ancora. Ma cosa farà quando il suo popolo non ci crederà più?

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