Vent’anni fa ci lasciava Vittorio Gassman

Il “Mattatore” sempre vivo nelle sue poliedriche interpretazioni cinematografiche e teatrali

Cinzia Montedoro

Era il 29 giugno del 2000 e uno dei più grandi artisti italiani nella scena nazionale e internazionale, Vittorio Gassman il “mattatore”, ci lasciava.

Dalle sue grandi interpretazioni teatrali come “Edipo Re” di Sofocle recitata al fianco di due “mostri” sacri del teatro italiano, Renzo Ricci (Edipo) e Ruggero Ruggeri (Tiresia), nella lontana estate del’48 , a “Bugie sincere” (Longanesi & C., Milano 1997) rappresentazione che  segna anche il passaggio di consegne dell’eredità di Gassman alla nuova generazione di attori.

“Il mattatore” divenne il suo distintivo, un appellativo che lo ha accompagnato sin dal 1960 ( anno dell’omonimo film interpretato dallo stesso artista e diretto dal regista Dino Risi). Nel corso della sua lunghissima carriera tante le pellicole rappresentate: “Il Sorpasso” , “I soliti ignoti”, “La marcia su Roma”, “C’eravamo tanto amati” e molti altri ancora… senza poi tralasciare gli indimenticabili caroselli in programmi televisivi come “Io e…” di Anna Zavoli, per la regia di Luciano Emmer, dove Vittorio Gassman raccontava la storia e le curiosità legate al Palazzetto dello Sport, a Roma; e ancora protagonista delle trasmissioni di Corrado, Mina con il  varietà Studio Uno, uno dei più importanti programmi d’intrattenimento della storia della Rai.

Gassman a teatro

Doppiatore fu voce fuori campo nel film Romeo e Giulietta di Zeffirelli (con il personaggio di Musafa); fu anche scrittore, tra le sue opere: Memorie del sottoscala del 1990, Mal di parola del 1992 e molti altri, fu anche incluso nel 1987 tra i membri dell’assemblea nazione del PSI su proposta di Craxi.

Spirito irregolare e controcorrente, attore dalla  natura istrionica ma anche fortemente sensibile, uno dei padri dell’arte del’900 che racconta ancora oggi  attraverso la sua immensa eredita culturale un patrimonio storico , un ventaglio di pagine dell’Italia,  la stessa vissuta attraverso gli occhi della guerra e del dopo guerra.  

Il singolare epitaffio, perfettamente in linea con l’anticonformismo e con l’umorismo auto ironico:  sulla sua  lapide infatti, nel cimitero di Roma, c’è scritto “Non fu mai impallato“. Che, in gergo cinematografico, significa che nessuno mai gli tolse la luce di scena.

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